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Damiano Fina performing butoh "The Presage of The Phoenix"

Nel Simposio di Platone Aristofane racconta una storia sulla fluidità di genere. Il mito dell’androgino è un celebre esempio della cultura queer presente nella nostra cultura sin dai suoi albori classici. In questo articolo ho creato un nuovo racconto, spero ti faccia piacere leggerlo.

Due teste, quattro braccia, due sessi, quattro gambe.

Erano così gli esseri umani, prima di subire l’ira degli dei. Avevano due teste, quattro braccia, due sessi, quattro gambe. Lo raccontò Aristofane ai suoi amici, durante un simposio.

Erissimaco aveva da poco concluso il suo discorso sulla duplicità dell’Eros, che abiterebbe tutti gli esseri: umani, animali, vegetali e persino divini! Una duplicità che si generava tra gli opposti, come avrebbero dimostrato secondo lui la medicina e la musica, due arti che all’epoca trovavano completezza nell’equilibrio tra armonie e disarmonie.

Eppure, il numero due non è stato all’origine della natura dell’essere umano, né tantomeno all’origine dell’Eros, dichiara Aristofane. Prima che i generi fossero due, maschile e femminile, erano per l’appunto tre, assieme all’androgino.

In quest’epoca arcaica, la figura dell’essere umano era rotonda, con due teste, quattro braccia, due sessi, quattro gambe. Il maschile era nato dal sole, il femminile dalla terra e l’androgino dalla luna. In questa forma gli esseri umani si spostavano rotolando, sfidavano gli dei per vigoria e grandezza d’animo, tanto da poter scalare l’Olimpo!

Nonostante l’insolenza che li contraddistingueva, gli dei non potevano permettersi di annientare queste creature, poiché offrivano loro sacrifici, né potevano allo stesso tempo soprassedere al quel temperamento, poiché sfidava la loro onnipotenza. Gli dei decisero così di maledirli, dividendoli in due con lo scopo di indebolirli. Ma

le metà degli esseri umani bramavano costantemente di tornare alla loro forma d’origine.

Cominciarono ad avvinghiarsi, spendendo le loro intere giornate a tentare ancora e ancora e ancora di tornare l’essere primigenio da cui erano stati scissi. Nella vanità del loro atto, gli esseri umani cominciarono a morire. Non si preoccupavano più di mangiare, né di bere, né di lavorare o prestare attenzione alle attività necessarie alla sopravvivenza.

Fu così che Zeus, impietosito da tutta quella sventura, decise di conferire loro la sazietà data dall’unione dei genitali. Che si trovassero assieme femmine e femmine, maschi e maschi o femmine e maschi, i genitali li portarono alla soddisfazione. Fu così che le metà degli esseri umani ritornarono a lavorare, a sfamarsi e a dedicarsi anche a tutte le altre cure per la loro sopravvivenza. Fu proprio così, secondo Aristofane, che nacque Eros: una forza antica, che spingerebbe dai tempi più lontani le metà degli esseri umani a ritornare nuovamente una creatura unica e perfetta, tanto virtuosa da poter sfidare gli dei!

Aristofane descriveva Eros come una forza magnetica che spinge gli esseri umani a completare la loro imperfezione. Questo racconto rispondeva a una mancanza che ancora oggi sentiamo chiaramente nel nostro profondo. Come se fosse una maledizione che dobbiamo scontare contro le forze naturali che l’hanno inflitta. La perenne sensazione di essere a metà, incompleti, senza la presenza dell’Altro.

In effetti, non possiamo pronunciare alcun “Io” senza almeno un “Tu” da cui poterci distinguere.

Questa è la nostra condizione. Non esistiamo senza lo sguardo dell’Altro. La risposta al nostro “chi siamo” si crea solamente e inesorabilmente da un continuo rapportarci con l’Altro, sia esso umano, animale, vegetale o divino. Accade quindi che siano gli altri a dirci chi siamo. Accade che sia l’ambiente a dirci chi siamo. Accade che siano le credenze a dirci chi siamo.

La risposta al quesito “chi siamo” è frutto di una continua negoziazione, di un costante mutamento, e trova le sue piccole e grandi sfide quando si scontra con le parole. Parole che rispondono a categorie dense di significati precostituiti. Parole che faticano sempre a essere indossate comodamente. Parole che faticano a contenere la nostra essenza. Cogliere “chi siamo” è un processo, è un costante divenire, è una performance. “Chi siamo” è un movimento, un venirsi incontro, un cogliere le relazioni che si formano sotto, sopra e oltre la nostra cornice di pelle.

Sul fondo del nostro quesito permane una forza: Eros. Un potere che ci costringe alla vita, tramite il desiderio. Il dono maledetto che Zeus ci ha inflitto. Detta con Saffo, Eros -che, non a caso, scioglie le membra- ci scuote in continuazione come una dolceamara invincibile belva. Tramite Eros ci avviciniamo disperatamente alla perfezione delle nostre origini, quando le nostre membra erano molte e saldamente fuse con l’Altro.

“Chi siamo” è un dispositivo che ci sospinge alla sopravvivenza. Ma la vita è ben altro. Sì, la vita si accende quando godiamo della nostra presenza grazie all’Altro. Raggiungiamo la sazietà quando ci uniamo con quest’Altro. In quel momento, finalmente, non siamo più solamente noi. “Chi siamo” non ha più importanza se non in funzione della ricostituzione di quell’essere mitologico che dà spazio all’Io di riconoscersi grazie alla viva relazione con un Tu.

Ma non sempre questa relazione è appagante, questo accade quando qualcosa nell’incontro, per qualche bizzarra ragione, non funziona. Accade qualcosa di immediatamente percepibile, come una mancanza che non riesce a colmarsi. Si sente direttamente sulla pelle, come se fosse un istinto primordiale. Quando non si raggiunge l’essere primigenio, subentra immediatamente l’insoddisfazione. Capita così che ci si allontani dallo splendore della vita e si ritorni in fretta a percepire la propria incompletezza.

Tra “chi siamo” e l’Altro s’instaura un legame delicato, che ci appaga solamente nel momento in cui riusciamo a godere della nostra reciproca presenza. Quando noi siamo l’Altro e l’Altro diventa noi, in quel momento l’essere umano primigenio torna a fare la ruota nel mondo e può persino permettersi di sfidare gli dei. Ma se cogliere “chi siamo” è una performance, se cogliere “chi siamo” è un processo che si fa assieme all’Altro, la vita brilla quando il divenire entra in relazione con ciò che si muove sotto, sopra e oltre il nostro involucro di pelle. Per questo l’identità è trasformazione, per questo l’identità è un flusso.

“Due teste, quattro braccia, due sessi, quattro gambe” è metafora e paradosso assieme.

Metafora perché questo incontro è molto di più di un’effusione tra amanti, ma diventa un dispositivo di sopravvivenza che ci fornisce un’immagine per definire il necessario legame che s’intesse tra ciò che sta sotto, sopra e oltre la nostra pelle. Ecco che l’Altro, la nostra metà, non è meramente un partner, ma è anche un nostro simile, un animale, un vegetale, un dio! -ovvero qualcosa di umano, qualcosa che ha a che fare con il nostro ambiente e persino qualcosa che non esiste ma che può essere immaginato!-

Paradosso perché questo incontro testimonia l’originale relazione che s’instaura tra “Io” e “Altro”. L’Io emerge solamente dalla relazione con l’Altro, e viceversa. In barba a ogni concezione egocentrica, l’Io è un’emergenza che nasce solo e unicamente da una relazione. Difatti, si dice che l’identità sia fluida e in costante trasformazione non perché vi sia in essa incertezza, ma in virtù del fatto che risponde a una relazione e solamente in essa è in grado di emergere.

Non a caso, si badi, l’Io è un’emergenza, ovvero non solamente qualcosa che emerge, come bolle dal profondo dell’oceano, ma un’emergenza anche in quanto necessità, come se fosse un bisogno primitivo da soddisfare. L’identità è fluida ed è governata da una maledizione, quella di Zeus, capitanata da Eros. È qualcosa di più grande e più antico di noi, è un’eredità con cui siamo stati generati e da cui non c’è difesa alcuna, poiché coincide con il nostro legame con la vita.

Eros è il nostro dispositivo di sopravvivenza. Ma non è tutto qui.

È necessario, infatti, sottolineare che Eros non è un dispositivo di sopravvivenza perché garantisce con l’appagamento del desiderio la proliferazione della specie. Anzi, lungi da questa credenza, il mito raccontato da Aristofane ben chiarisce che senza l’appagamento d’Eros gli esseri umani non si dilettavano in altra attività se non al disperato tentativo di tornare l’essere primigenio tramite concitate effusioni. Tale atteggiamento li avrebbe ben presto condotti all’estinzione.

L’appagamento delle effusioni fu un dono concesso dalla pietà di Zeus nei confronti di un’umanità impossibilitata a prendersi cura delle attività utili alla propria sopravvivenza. I genitali ebbero, quindi, lo scopo di portare gli esseri umani all’appagamento del loro desiderio, ovvero a una condizione -per quanto effimera- di completezza, ma sufficiente affinché tornassero a preoccuparsi delle attività utili alla loro vita.

Nel corso della sua vita ciascun essere umano prova sulla propria pelle un profondo senso d’incompletezza e sperimenta il desiderio che lo spinge a trovare una relazione con l’Altro.

In questa performance della vita l’essere umano emerge a se stesso e all’Altro in un flusso da cui dipende la sua sopravvivenza.

L’essere umano che denigra la fluidità dell’identità e che giudica il desiderio d’effusione dei suoi simili imponendo gerarchie ed etichette rema contro la vita. Uccide. L’essere umano che si ricorda di avere due teste, quattro braccia, due sessi, quattro gambe va incontro alla vita. Ama.

"Sensing vertebra by vertebra. Art is a vulnerable hunt."

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