Pedagogia Queer

La ricerca di Damiano Fina per una Pedagogia Queer è focalizzata sul libro "La danza di Eros e Thanatos per una Pedagogia Queer". Una metodologia per garantire la libertà d'espressione dell'organismo umano con un approccio poetico al corpo e al movimento.

L’intervista sul nuovo libro di Damiano Fina “La danza di Eros e Thanatos”

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Damiano Fina performing butoh dance

Quali emozioni porta con sé la danza Eros e Thanatos?

La danza di Eros e Thanatos è un libro che ci spinge a riflettere su noi stessi e sulla società in cui viviamo, non tramite i soliti argomenti ma spaziando dalla filosofia all’arte alle pratiche alchemiche e orientali. Un’occasione per vederci con occhi nuovi e cominciare ad essere più sinceri con il nostro Io. Leggi l'intervista tra l'autore Damiano Fina e la curatrice della prefazione al libro Felicity Zaccaria

FZ: Nel tuo lavoro ti soffermi sul tuo metodo e sulla danza butoh come strumento di una pedagogia queer e proponi anche un’esperienza laboratoriale precisa e ben organizzata. Sarebbe possibile organizzare analoghi laboratori anche con le altre forme artistiche o ci sono comunque delle arti più adatte per questo tipo di lavoro?

DF: Propongo una metodologia ben chiara ma questo non esclude che si possano utilizzare altre forme artistiche per condurre un laboratorio di pedagogia queer. Gli elementi fondamentali sono il controllo della parola e la sperimentazione del nostro innato desiderio di trasformazione. Da qui le possibilità di sperimentazione sono probabilmente infinite.

FZ: L’esperienza laboratoriale che proponi è rivolta a gruppi specifici? Ci sono limiti d’età?

DF: I laboratori di pedagogia queer sono aperti a tutti coloro che vogliono riscoprire l’importanza della metamorfosi per il nostro organismo. Ogni volta il lavoro si modifica sulla base delle caratteristiche di ciascun gruppo di lavoro. Gli strumenti a disposizione sono molti, il compito del pedagogista è creare l’ambiente ideale per garantire un accesso agile ai partecipanti. Per questo gli esercizi andranno pesati sulle esigenze di ciascun gruppo di lavoro. Non ci sono esclusioni a priori, l’importante è organizzare il lavoro in funzione del gruppo.

FZ: Una pedagogia queer sarebbe adatta anche per i ragazzi e le ragazze delle scuole secondarie di primo e secondo grado? Se sì, con quali modalità?

DF: Sicuramente! La pedagogia queer nelle scuole di primo e secondo grado avrebbe il pregio di affrontare argomenti quali l’educazione all’affettività, alla sessualità, all’empatia e al rispetto altrui. A differenza di molti approcci teorici, trovo che una metodologia basata sul movimento e sull’esperienza fisica sia particolarmente utile per incorporare determinati messaggi.

Durante la cosiddetta “età dello sviluppo” il corpo non è da considerarsi come un aspetto sensibile difficile da coinvolgere, ma come un canale fertile con cui sperimentare e fare esperienza. Possiamo far fiorire la pelle! Il primo corso è stato presentato presso una classe terza media a marzo 2018.

FZ: Come ti confronteresti con coloro che affermano che l’identità “liquida” è segno di disagio e di devianza?

DF: Così come accade con la parola “queer”, che fatica per indole a trovare una definizione, anche quando parliamo di “identità liquida” dobbiamo prima di tutto capire cosa intendiamo dire. Come affermo nel libro, essere queer significa pensare e agire queer. In questo senso definire l’identità “liquida” significa intenderla come qualcosa in continua trasformazione, ridefinizione e contrattazione. S’intende, pertanto, spostare l’attenzione su quella che definisco “dimensione trasformativa dell’esistenza”, piuttosto che sulla ricerca di un’etichetta. Parole quali “disagio” e “devianza” sono violente, dovrebbero essere utilizzate con estrema cautela.

FZ: Nel tuo lavoro teoricamente, proponi un nuovo ruolo dell’artista nella società contemporanea, una sorta di artista educatore? Ritieni insomma che l’arte possa avere intrinsecamente una funzione pedagogica?

DF: Che l’arte sia educativa e pedagogica non è una novità, ma è un’affermazione oggi sottovalutata e un po’ troppo facilmente spesa. Siamo propensi a promuovere l’arte come forma educativa in ogni luogo, dalla scuola al museo. Per Platone, invece, gli artisti e i poeti non potevano essere ammessi all’interno della Repubblica. La questione è complessa e spero di averla affrontata in modo sufficientemente accorto nel libro. Ritengo che le arti performative abbiano restituito presenza all’artista nella sua società, dal Wiener Aktionismus degli anni Cinquanta alla popolare performance di Marina Abramovic del 2010, non a caso nominata The Artist is Present.

Più che avere intrinsecamente una funzione pedagogica, l’arte può essere pedagogica e persino militante.

FZ: La danza Butoh è una forma artistica orientale: ritieni sia possibile attuare una pedagogia con essa in Italia, andando anche oltre quindi le differenze culturali?

DF: A proposito di arte militante, la danza butoh nasce nel Giappone degli anni Cinquanta come rivoluzione della carne contro la letargia respirata da Tatsumi Hijikata nella Tokyo del dopoguerra e del boom economico. Con la volontà di ritornare alle origini della tradizione giapponese pre-imperiale, la danza butoh attinge ai tòpoi e agli archetipi propri anche della nostra cultura. Quando si va a fondo, ci si stupisce dei punti in comune che legano tra loro culture distanti tra loro. Lo stesso vale anche per le persone, questo è un pensiero molto queer!

FZ: Pensi che anche un’attenzione nell’uso di determinate parole sia importante per la pedagogia che proponi? Non mi riferisco a parole offensive ma a quelle generalmente usate, per esempio maschile e femminile, uomo e donna, eterosessuale o omosessuale…

DF: L’utilizzo delle parole è un punto sensibile della pedagogia queer. Nel nostro parlato, così come nel nostro stesso pensiero, fatichiamo a utilizzare un linguaggio puramente queer, perché la nostra lingua non lo permette. La pedagogia queer non ha intenzione di preoccuparsi dei problemi lessicali, infatti concentra il suo lavoro sull’esperienza fisica del viaggio trasformativo. Durante i laboratori i partecipanti vengono accompagnati in una dimensione libera dalla parola. È sorprendente constatare sulla propria pelle quanto un approccio preminentemente corporeo e cinestetico sia in grado di agire sulla nostra libertà d’espressione. In questo contesto è fondamentale che il pedagogista sia particolarmente attento al proprio linguaggio.

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