Pedagogia Queer

La ricerca di Damiano Fina per una Pedagogia Queer è focalizzata sul libro "La danza di Eros e Thanatos per una Pedagogia Queer". Una metodologia per garantire la libertà d'espressione dell'organismo umano con un approccio poetico al corpo e al movimento.

La Danza di Eros e Thanatos, tra Pratica e Politica

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Damiano Fina performing butoh "The Presage of The Phoenix"

“Forse un giorno smetteremo di chiamare ogni cosa con il nome giusto” (Fina D., Perturbazione, Lulù, 2013) è il lascito rivoluzionario della Danza di Eros e Thanatos. Amore e morte in un vorticoso movimento.

 

Eros come movimento, Thanatos come stasi

Che l’amore sia movimento nel suo lato recondito potrebbe oramai apparire un’affermazione scontata. L’eros platonico del Simposio è costantemente teso verso qualcosa che manca, figlio di Penia e per questo fluido nel suo lasciarsi andare alla scoperta dell’oltre desiderato.

A ciò si lega l’impulso di morte nella misura in cui ciò che viene irrigidito e dunque “conosciuto” è morto, ucciso simbolicamente si potrebbe dire con un azzardo. Ciò che hegelianamente è morto è proprio la determinazione che l’intelletto comprende solo nella sua unilateralità, ponendola separata da quel sistema di interrelazioni che non può che svilupparsi come totalità.

Dico questo perché abbastanza hegeliana suona anche la ripresa della fondamentale nozione di organismo in John Dewey. “No creature lives merely under its skin” (Art as Experience) significa ribadire ancora una volta il ruolo definitorio auto-superantesi della membrana; un limite nasce, ma nel momento in cui si pone rimanda necessariamente all’altro da sé e quindi risulta già gettato nel suo superamento.

 

Società, genere e sesso oggi

Cosa accade se si calano queste affermazioni all’interno di una riflessione sull’identità, più specificamente ma non solo, riguardo al genere e al sesso?

L’ultimo libro di Damiano Fina La danza di Eros e Thanatos: per una pedagogia queer sembra suggerire che i termini identità e individuo non vanno già molto bene, dal momento che presuppongono la discussione intorno a ciò che ci rende sempre uguali a noi stessi; molto meglio organismo, che bene tiene unite le istanze trasformative dell’esistenza e i continui giochi creativi che animano queste sperimentazioni performative.

Ma dove e come può tutto ciò, esemplificato nel testo attraverso alcuni passaggi riguardanti l’alchimia e i suoi sviluppi più recenti in Jung, trovare spazio?

La nostra società, viene detto, è una società violenta nella misura in cui impone categorizzazioni, etichette che nel momento in cui definiscono e pongono un superiore/inferiore esercitano una coercizione sui singoli immersi in un dato contesto. Felicity Zaccaria nella prefazione scrive che

Trovare una risposta alla domanda “Chi sono?” sembra essere la più grande conquista, eppure siamo sicuri che siano le risposte precise, categoriche, la vera soluzione? […] Damiano Fina scardina questa idea, mostrandoci come l’identità venga erroneamente ritenuta qualcosa che è possibile acquisire ad un certo momento della propria vita, un elemento che diventa una proprietà inalienabile e non più smarribile. (p. 7)

 

La teoria queer attraverso la danza di Eros e Thanatos

Non si tratta, tuttavia, a mio parere, di negare ogni qualsivoglia forma di stabilità; come afferma Judith Butler, filosofa che assieme a Michel Foucault guida il capitolo dedicato ai fondamenti dai quali muove l’esigenza di una filosofia queer:

[…] mi sembra fondamentale rendersi conto che una vita per la quale non esistono categorie di riconoscimento non è una vita vivibile, allo stesso modo una vita per la quale tali categorie sono un’insopportabile costrizione non può costituire un’alternativa accettabile. (Fare e disfare il genere)

Veniamo finalmente al fatidico termine queer, dal quale tutto poi si ramifica. Damiano Fina, oltre ai due significati che il termine può avere assunto (comprendente all’inizio tutte le forme di sessualità che si distinguono dalla norma eterosessuale e utilizzato poi per designare invece tutte quelle forme sessuali che non si riconoscono nell’acronimo LGBTQIA) introduce una nuova e radicale accezione del tanto dibattuto concetto:

[…] “queer” viene utilizzato come termine rivoluzionario, che si rifiuta di indicare categorie e ruoli, includendo all’interno della propria riflessione tutte le espressioni sessuali (eterosessualità compresa), non limitandosi solo alla non-differenziazione degli orientamenti sessuali, ma mettendo in discussione l’identità di genere (uomo/donna), l’espressione di genere (maschile/femminile) e il sesso biologico (maschio/ femmina). (p. 13)

 

Un libro queer: per una sospensione dell’esigenza definitoria

Il libro agisce alla base, facendo emergere quella che potrei chiamare “sospensione dell’esigenza definitoria”. Non si pone un io senza un tu, ma questo porsi non può che, riprendendo Butler, farsi e disfarsi continuamente.

Una epochè che, attraverso la riconnessione degli organismi con la trasformatività dell’esistenza, approda poi ad un originario ricongiungimento della dimensione sacra con la dimensione profana della vita, tutto ciò ben esemplificato grazie all’incontro di Damiano Fina con la danza butoh, nome dato a varie forme di danza contemporanea giapponese che sono anche sacrificio, rituale, e che, come si afferma

[…]si presta bene come bandiera per una pedagogia queer, dal momento che promuove la libera espressione dell’organismo umano. (p.103)

 

La danza per una pedagogia queer tra occidente e oriente

La parte più specificamente a questo dedicata, che se fosse qui riassunta tradirebbe la conoscenza con cui l’autore esprime alcuni caratteri di questa Forbidden dance, risulta interessante non solo per il portato “orientale” all’interno di una discussione talvolta troppo eurocentrica, ma soprattutto anche per lo snodo di passaggio che pone nello sviluppo della sopra denominata pedagogia queer.

La disciplina che assume tale nome non può che porsi come cogente nel momento della necessità di lasciare esprimere liberamente i componenti di una società violenta, il cui ineffabile e irriducibile “punto vivo”, trattato nella breve sezione dedicata a Pirandello, fatica a trovare spazio di movimento e processo.

 

Mimesi e trasformazione come metodo

La trasformazione diventa metodo, pratica laboratoriale, esigenza del superamento della sola dimensione accademica, alla quale poi troppo spesso si tenta di ricondurre la discussione queer, che si fa “contesto guidato e protetto” all’interno del quale si realizzi la necessità umana di sperimentarsi attraverso la mimesi, elemento cruciale. Non a caso il primo capitolo si apre con “l’animale più mimesico di tutti”, dove ovviamente l’aggettivo modifica e oltrepassa il normale significato del concetto di imitazione.

 

Dove rintracciare una dimensione politica?

Concludendo si potrebbe obiettare, e devo ammettere di aver avuto anche io questa prima impressione ultimando il libro, che il saggio sembri non dico escludere, ma quantomeno circoscrivere la dimensione politica, la lotta molto spesso e giustamente “scandalosa” se vogliamo, ambito di critica profondamente legato ad un certo filone delle queer theories.

Forse, ma a ben guardare la posizione assunta nel testo è di portata più ampia, costantemente utopica, mira ad una formazione progressiva, ad un cambiamento bottom-up, utilizzando un’etichetta probabilmente riduttiva, che a lungo termine continui nella realizzazione di una società queer, oltre gli interessi individuali e di gruppi più o meno ampi.

 

Per una rivoluzione non-violenta

Non dobbiamo infine dimenticare, ancora una volta, che motivo onnipresente risulta essere proprio la questione della violenza della società:

La posta in gioco, quindi, non è solamente la libertà di espressione dell’organismo umano, è la possibilità di condurre una vita degna di essere vissuta, senza subire la violenza di una società che la renda insopportabile perché non conforme alla norma. […] Esiste un diritto di esistenza, un diritto alla vita, un diritto all’espressione che non è possibile nel mondo contemporaneo. Questo saggio ha voluto sottolineare l’importanza di una nuova filosofia e di una nuova pedagogia che assimilino in loro il portato della riflessione queer. (p. 169)

Un libro radicale e rivoluzionario, che mette alla prova e chiede sicuramente molto, a tal punto da risultare imprescindibile all’interno di, ma soprattutto oltre, un dibattito oramai forse troppo acceso.

Recensione di Tommaso Testolin

 

Libro di Damiano Fina: La Danza di Eros e Thanatos per una Pedagogia Queer

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