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FÜYA Requiem

Danza Butoh

22

Settembre
Coreografo

About

Il 20 febbraio 2020 Damiano Fina presenta per la prima volta sul palco del Teatro San Marco di Vicenza il nuovo spettacolo rituale con coreografia butoh "FÜYA Requiem".

Dopo il suo viaggio in Giappone, durante il quale il coreografo Damiano Fina ha conosciuto il fondatore della danza butoh Yoshito Ohno e ha intrapreso un cammino solitario nell’antico sentiero devozionale Kumano Kodo, l’artista presenta una nuova performance a cui dà il proprio nome artistico FÜYA Requiem. La coreografia rappresenta l’essenza di un percorso artistico cominciato nel 2004 e culminato con il viaggio in Giappone del 2018.

Requiem è una performance dedicata alla “Grazia”, una parola carica di significati spirituali e centrale nella ricerca dell’artista, che nel 2015 ha fondato il metodo FÜYA, basato sulla non dualità dell’esistenza.

Così come nell’arte giapponese dell’ikebana la bellezza e l’armonia vengono ricercate tra equilibrio e squilibrio, nella raffinata ricerca compositiva tra elementi in bilico tra proporzione e sproporzione, nella filosofia del fiore, che coglie in sé prosperità e caducità (wabi-sabi in giapponese), la performance di danza butoh FÜYA Requiem mette in scena il corpo umano in bilico tra vita e morte.

"Dobbiamo ancora un gallo ad Asclepio" afferma il sottotitolo della performance che per 45 minuti incanta il pubblico evocando suggestive citazioni della nostra storia dell'arte, dalla statuaria greca alla celebre luce dei dipinti di Caravaggio. Un progetto di respiro internazionale, che fonde la tradizione giapponese con l'estetica della storia dell'arte italiana. Un mix che contraddistingue le opere di Damiano Fina, sia sul palco che nei suoi libri, in grado di riportare l'arte alla sua origine spirituale.
 

Concept

«A cavallo tra Ottocento e Novecento la Secessione Viennese declamava un ritorno delle arti al sacro. Una primavera sacra. Oggi, se guardiamo a Klimt, prestiamo più attenzione allo stile decorativo, piuttosto che al suo messaggio. Lo stesso accade quando guardiamo una statua greca o un quadro del Caravaggio. Eppure, tra un selfie e l'altro al museo, qualcuno rimane ancora incantato. Lo si vede con lo sguardo perso, rapito in un'altra dimensione. È a quello stato di estasi che guarda Requiem. Dobbiamo tornare a pregare per mezzo delle arti.» DF