fbpx

“Forse un giorno smetteremo di chiamare ogni cosa con il nome giusto” con queste parole mi piace riassumere una ricerca che è culminata con la scrittura del libro La danza di Eros e Thanatos per una pedagogia queer. Il motivo che mi ha spinto a scrivere questo libro è che abbiamo bisogno di una società nonviolenta.

È una non-lotta pacifica, politica, spirituale, artistica, sociale e culturale. Un principio diventato famoso grazie a Gandhi e oggi inseribile anche all’interno della rivoluzione queer. Un movimento che si prefigge il compito di liberare l’espressione di ogni creatura vivente cercando di abbattere la violenza delle categorie a partire dal nostro linguaggio.

La danza per la rivoluzione queer

Ma come è possibile garantire questa libertà senza sfociare nella violenza della società attuale? Una domanda che ho rivolto all’arte, prima ancora che alla filosofia; e che nella danza butoh ha trovato la sua risposta spirituale e concreta.

Grazie a questo approccio ho sviluppato un percorso teorico e pratico che, partendo da un libro, si è concretizzato in workshop e performance che mi hanno portato, dalla Loggia del Capitaniato, a Vicenza, nel 2016; all’Hokkaido Butoh Festival a Sapporo, in Giappone, e al Butoh Festival di Parigi, nel 2018; a Berlino e Salonicco, nel 2019.

Un giro del mondo fatto di ricerche e risposte, studi ed esperienze di quel contatto diretto tra natura e corpo che ha ispirato performance, laboratori e percorsi interiori che, avvicinando la pedagogia queer alla danza butoh e all’alchimia, avvicinano le persone all’arte e alla conoscenza di sé e dell’altro da sé.

Per una pedagogia queer

La pedagogia queer ha lo scopo di sottolineare la sacralità di ogni singola espressione e di permettere a chiunque di esprimersi liberamente; di essere chi realmente è e non chi gli altri vorrebbero che fosse.

Una pedagogia che sviluppi l’empatia e che si fondi su di essa come strumento per conoscere non solo se stessi ma anche gli altri; che non è rivolta solo a chi sente di non essere a suo agio con il proprio essere, ma a tutti visto che spesso inconsapevolmente ci ritroviamo a modellare la nostra identità su quello che la società vuole da noi, su stereotipi che ci vengono presentati come guide da seguire per sentirsi appagati e appartenenti alla comunità.

 

Non bisogna fare quindi l’errore di pensare che questo non ci riguardi, ritenere che il problema sia degli altri: soffermiamoci a riflettere se viviamo secondo la nostra essenza o se, per svariati motivi, ci ritroviamo a sopravvivere accettando di rifiutare noi stessi, di eliminare parti fondamentali della nostra personalità per paura di non ottenere l’approvazione degli altri.

"Sensing vertebra by vertebra. Art is a vulnerable hunt."

Comments

Questo sito usa Akismet per ridurre lo spam. Scopri come i tuoi dati vengono elaborati.