La danza delle stagioni perdute

Un progetto di danza, musica e ricerca scientifica per parlare di cambiamenti climatici.

Danza, musica e scienza insieme per l'ambiente.

Le attività antropiche hanno modificato irreversibilmente gli equilibri del mondo così com’era conosciuto prima della grande globalizzazione. Nelle situazioni di cambiamento, la natura è maestra di trasformazione e adattamento. Abbiamo anche noi umani la stessa capacità di adattamento? La crisi del coronavirus ha evidenziato la fragilità del nostro equilibrio e ha fatto esplodere come una bolla di sapone la nostra presunzione di onnipotenza. La nostra società valorizza la velocità e la giovinezza, dall’industria dell’intrattenimento ai contratti di lavoro, dalla retorica della politica ai supermercati. Nella foresta, invece, i tempi sono molto più lenti e la vecchiaia è una qualità che facciamo fatica a salvaguardare. Dobbiamo ritornare a prenderci cura del valore del tempo. Dobbiamo prenderci cura di quello che continua a esistere, ma anche di quello che non c’è più. Da queste riflessioni nasce un progetto coreografico che porta in scena quello che è cambiato e quello che sta cambiando nel nostro paesaggio. Cosa sta accadendo alle stagioni? Cosa è sempre uguale, cosa si sta trasformando e cosa abbiamo già perso? La danza delle stagioni perdute è un progetto che nasce con lo scopo valorizzare l’incontro profondo tra danza, musica e scienza per la salvaguardia del pianeta Terra. Come cambiano le stagioni, cambia anche la coreografia.” Damiano Fina

damiano fina la danza delle stagioni perdute

Danzare le stagioni perdute significa farsi danzare dagli elementi, lasciarsi trasformare.

Collaboro con il progetto Insilva: passeggiata in natura tra arte e scienza, dal 2016, esibendomi con musicisti ed esperti di cambiamenti climatici nei boschi e nei contesti forestali del territorio, al fianco di pubblici eterogenei di circa 200 persone per ciascun evento che è stato organizzato. La mia danza nasce da uno studio approfondito della meditazione zen (dal 2004) e della danza butoh giapponese (dal 2014), grazie alle quali ho sviluppato una forte connessione con i contesti naturali, dove ho maturato la pratica del gesto e del movimento in contemporanea all’attività in studio. Propongo un progetto coreografico dedicato al cambiamento che sta sconvolgendo in questi anni le classiche “quattro stagioni”, con lo scopo di parlare attraverso il linguaggio artistico e scientifico di cosa sta cambiando nel nostro pianeta.

È interessante notare come ricerca coreografica e ricerca scientifica non siano dissimili nei contenuti. Nella mia danza, il corpo diventa albero e smette di parlare, inizia a mettere radici, cresce assorbendo acqua e nutrimenti dalla terra, inspessisce alburno e durame, spalanca foglie e resiste a giornate assolate o a cieli di tempesta. In questi anni, per me è stato un onore aver avuto la possibilità di danzare presso le Foreste di Somadida e del Cansiglio e altri luoghi naturali, accompagnato da meravigliosi musicisti, ricercatori e amanti della natura. Mi hanno insegnato che lo studio del cambiamento e della trasformazione degli elementi è un terreno comune tra arti e scienze. È giunto il momento di condividere questa esperienza attraverso un progetto in grado di sintetizzare tutto questo. Così nasce La danza delle stagioni perdute.

Danzare le stagioni perdute significa farsi danzare dagli elementi, lasciarsi trasformare.

Per prima cosa dobbiamo fare una riflessione sul tempo. Alberi ed esseri umani: siamo sempre più diversi. La nostra società valorizza la velocità e la giovinezza, dall’industria dell’intrattenimento ai contratti di lavoro, dalla retorica della politica ai supermercati. Oggi, per noi, il concetto di vecchiaia è negativo, come la lentezza. Vogliamo essere sempre più veloci per spostarci da una parte all’altra del mondo. Non vogliamo perdere tempo e ci provoca fastidio ciò che percepiamo come “tempo perso”. Nella foresta, invece, i tempi sono molto più lenti e la vecchiaia è una qualità che noi facciamo fatica a salvaguardare.

Non riusciamo più a permettere ai boschi di diventare vecchi. I boschi vetusti, in gergo tecnico, sono sempre più rari.

Oggi abbiamo fretta e siamo incalzati dalla bramosia delle performance, quelle economiche e non quelle artistiche. In tempi brevi vogliamo ottenere grandi risultati, in palestra come nel bosco. Eppure, siamo molto di più del tempo che ci viene concesso in una vita. In effetti, siamo l’anello di una catena di generazioni e, se non possiamo prescindere dalla storia dei nostri antenati, tanto meno possiamo prescindere dalla storia dei nostri eredi. Questo tempo è oggi una risorsa da salvaguardare.

Il corpo che rallenta, che si torce come un albero, che scivola come il vento, che si scioglie come neve al sole. Il corpo che prende il respiro di qualcos’altro, che ringiovanisce e invecchia, si trasforma costantemente. Questo corpo in danza riconduce la performance alle sue origini spirituali, di devozione verso i raccolti. E riconduce la danza ancora prima, quando i cacciatori propiziavano la caccia attorno al fuoco con coreografie e tamburi. La danza delle stagioni perdute è una coreografia propiziatoria, proiettata verso un futuro nuovamente sostenibile, che dialoga con la scienza per promuovere l’informazione e una responsabilità ecocentrica e che si trasforma con l’incedere delle stagioni.

damiano fina la danza delle stagioni perdute
error: Content is protected !!