Il 20 febbraio 2020 Damiano Fina ha presentato per la prima volta la performance FÜYA Requiem. Una coreografia che rappresenta l’essenza di un percorso artistico cominciato nel 2004 e culminato con un viaggio in Giappone nel 2018.

Dopo aver incontrato la meditazione zen sedici anni fa, nel 2004, Damiano ha proseguito il suo percorso artistico nella scrittura e nella danza. Fino a questa performance, che ha portato sul palco del Teatro San Marco di Vicenza, la sua città natale.

Una ricerca artistica tra alchimia e danza butoh

FÜYA è un progetto artistico creato da Damiano nel 2015. Si tratta di un metodo fisico, teorico e poetico che mira a educare l’organismo umano all’importanza della trasformazione e della spiritualità per il benessere proprio e altrui, tramite lo sviluppo del corpo alchemico. FÜYA Requiem è ispirato all’alchimia, alla danza butoh e alla teoria queer radicale.

La danza butoh è una forma espressiva nata alla fine degli anni Cinquanta in Giappone. Questo linguaggio artistico si scosta dalla spettacolarizzazione tipica del teatro e della danza per ritornare a una dimensione rituale e spirituale. Il tema della morte è caro a questa danza, che viene chiamata anche la danza dell’oscurità. Ma ci invita a vedere la vita e la morte nella loro continuità, ogni momento della nostra vita.

FÜYA Requiem oggi porta in scena il ritmo dell’esistenza, sottolineandolo con la Grazia della danza del corpo e dello spirito. Per testimoniare il legame tra danza e Giappone sul palco è presente un’installazione di ikebana realizzata dall’Associazione Ukigumo di Vicenza, presso la cui scuola Damiano insegna danza. Anche questa è un’arte giapponese che, tra equilibrio e squilibrio, esprime il concetto di Grazia tramite la disposizione di fiori e altri oggetti, di origine vegetale e non.

Dobbiamo ancora un gallo ad Asclepio

“Dobbiamo ancora un gallo ad Asclepio. Pagatelo, non dimenticatevene.” afferma Socrate nel Fedone di Platone. Questo è il sottotitolo di FÜYA Requiem. “Il gallo ad Asclepio” era l’offerta di ringraziamento che veniva compiuta da chi guariva da una malattia al dio della medicina. La vita è forse una malattia? Quello che più interessa a Damiano è l’ironia dietro questa affermazione di Socrate. Ci vuole una buona dose di ironia per connettere e tenere in mano contemporaneamente vita e morte.

FÜYA Requiem è, quindi, un memento mori. Una riflessione sulla morte. Con questa performance Damiano ci invita a capire che l’esistenza riguarda i vivi tanto quanto i morti. Avere a che fare con la morte, mentre siamo in vita, significa assumerci una grande responsabilità. Noi siamo responsabili per tutto quello che non c’è più e che ci ha dato la vita… per tutti quegli spermatozoi che non hanno incontrato l’ovulo e per tutto il cibo che abbiamo ingerito per produrre il nostro sangue… E siamo responsabili anche per quello che deve ancora realizzarsi, per quello che non si è mai realizzato e che mai si realizzerà.

"Sensing vertebra by vertebra. Art is a vulnerable hunt."

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